La risposta del TAR, per le api si riaccende la speranza!

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Sembra che il Ministero della Salute abbia agito in deroga alla legge DPR 320, quindi illegittimamente.

Clicca qui per leggere la risposta del Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria 

(Per motivi di privacy alcuni nomi sono stati oscurati)

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3600 Alveari di api ridotti in cenere per un parassita, siamo proprio in Italia…

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E’ passato qualche giorno dal convegno dell’11 Dicembre 2014, questa la decisione del ministero della Salute:

”Visti i risultati positivi, si proseguirà con i roghi fino a primavera 2015”

Questo nonostante molti apicoltori calabresi abbiano già fatto un ricorso al TAR (vedi qui il ricorso)

Sono stati ridotti in cenere 60 apiari, proprietari aziende hobbistiche e professionali con un totale di circa 3600 alveari. Un danno economico che supera 1 milione e mezzo di euro, e che il prossimo anno si rifletterà sull’agricoltura e la mancata impollinazione dei frutteti, in particolare agrumeti.

I roghi che come già detto includono arnie di polistirolo e plastica ( e quindi c’è anche un inquinamento ambientale, senza contare l’uso di pesticidi antilarvali nel terreno in seguito) sono inutili poiché al momento del rogo stesso una buona parte delle api, essendo insetti volanti come questo parassita (ricordo che si chiama Aethina Tumida, o piccolo coleottero degli alveari o Small Hive Beetle) non appena il fuoco spacca le arnie, entrambi si danno alla fuga, come si vede chiaramente nella foto in alto.

Inoltre laddove si sono posizionati sciami esca, in aree in cui si sono sterminati presumibilmente tutti gli alveari, questi si sono velocemente re-infestati. Questo conferma che il coleottero prolifera altrove… quindi qual’è lo scopo di questa azione? Quali sono i risultati positivi?

aaaaComunque nel frattempo abbiamo preso contatto con alcuni apicoltori stranieri, che convivono con questo parassita da anni e ci hanno confermato che questo vive anche su frutta e verdura in decomposizione, ma soprattutto ci hanno specificato che lo hanno ritrovato su cocomeri, meloni e pomodori e nelle loro compostiere. Inoltre ci hanno spiegato il loro metodi per contrastarlo e monitorarlo, oltre i farmaci si intende, questi metodi si possono facilmente combinare tra loro. Ad esempio ridurre l’ingresso delle arnie inserendo un tubo in PVC a ”L” rivolto verso il basso, confonde il parassita; oppure trappole a imbuto riciclando bottiglie di plastica e inserendo all’interno miele fermentato poste nelle vicinanze dell’apiario, queste vengono usate anche da monitoraggio, come qui in italia viene usato il foglio polionda direttamente nelle arnie. (questi sono solo alcuni dei metodi, a fine articolo trovate tutti i link alle pagine e man mano che mi verranno indicati ne aggiungerò altri nei giorni seguenti, quindi se interessati ripassate)TWVeuKK

Però per gli stranieri il parassita AT (Aethina Tumida) non risulta essere un grosso problema, non di certo come la Varroa destructor. Questo perchè a differenza di essa il piccolo coleottero degli alveari è appunto un parassita dell’alveare e non un parassita dell’ape come la Varroa che di conseguenza trasmette anche virosi che causano notevoli danni.

Passiamo al decreto della polizia veterinaria. (che quest’anno compie 60 anni!)

Nel DPR dell 8 febbraio 1954  l’Aethina tumida viene inserita nel decreto legge con provvedimenti che la paragonano ad altre malattie. Oggi quindi invece di rivalutare la questione, progettare nuove strategie e modificare il decreto, si è scelto di seguire il decisione errata che il parassita in questione è paragonabile alla peste americana.

La peste americana, è una malattia della covata delle api causata dal bacillo Paenibacillus larvae. È una delle malattie più gravi in apicoltura tanto che l’unica pratica di cura considerata sicura è l’incenerimento delle api con tutto il materiale che conteneva la famiglia. Non costituisce alcun pericolo per la salute umana. (clicca qui per approfondire)

Quindi come capirete da voi stessi stanno paragonando un batterio sporigeno (p.a.) con un insetto parassita (At), il chè non è nemmeno lontanamente pensabile. Perchè non si ritiene il caso di contattare un laureato in entomologia?

Aggiungo che l’Articolo 155 recita testualmente:

”A complemento dei provvedimenti indicati nel precedente articolo, nei casi di peste
europea o americana può essere ordinata la distruzione delle famiglie delle arnie infette.
Le api così uccise nonché i favi ed i bugni villici che hanno contenuto covate o resti di
larve devono essere bruciati, i favi privi di covata fusi, le arnie e gli attrezzi disinfettati.
Il terreno circostante deve essere vangato o disinfettato.
Se la malattia è allo stadio iniziale possono essere consentiti opportuni trattamenti
curativi. L’apiario trattato deve essere tenuto in osservazione e sottoposto ad esami di
controllo sino a risanamento accertato.”

Dunque parla di bruciare i favi, “i bugni villici” et cetra et cetra, non le arnie che vanno disinfettate (come recita testualmente il decreto).

Se si disinfettano quelle colpite da peste americana e simili, immaginarsi quelle infestate da uova di insetti molto più facili da debellare come appunto Aethina Tumida che è un insetto come l’ape mellifera.
Se qualcuno può aiutarci a fermare questo illecito inquinamento ambientale, la strage di un insetto utile protetto in via di estinzione (cioè l’ape mellifera), e a salvare le aziende italiane è ora che queste persone si facciano avanti.
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Apicoltura Urbana in Italia: favorire la biodiversità nelle città

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Togliamo di torno i pregiudizi: le api non pungono, a meno che non ci si dimeni di fronte a loro o le si disturbi. Sentono l’odore della paura, ma non sono animali predatori che devono difendere la propria preda: i fiori e il nettare sono risorsa diffusa e l’uomo non rappresenta un pericolo ai loro occhi. Detto questo possiamo iniziare a parlare di apicoltura in città.

L’apicoltura urbana sta dilagando in tutto il mondo per contrastare l’inesorabile moria delle api, favorire l’impollinazione, tenere sotto osservazione l’inquinamento atmosferico (analizzando la pelliccia dell’animale, facendo lo screening dell’alveare, ed esaminando miele, polline, cera e propoli) educare le giovani generazioni alla cura dell’ambiente. Oltre, naturalmente, poter gustare e vendere un ottimo miele auto-prodotto, nonché assecondare una passione. Perché per allevare le api ci vuole molta, tanta passione, dedizione e sapere. Ma il risultato è impagabile: un solo alveare produce, se condotto correttamente almeno 30kg di ottimo miele in un anno.

La nascita di questo tipo di apicoltura prese spunto dal fenomeno della fuga degli sciami d’api dalle campagne alle città (recentemente sempre più frequente il ritrovamento di alveari all’interno delle pareti o nelle intercapedini dei muri delle abitazioni). Alcune ricerche hanno individuato la causa di queste migrazioni nelle colture industriali e nell’uso dei pesticidi nei campi, che compromettono l’habitat naturale delle api.

Non importa se c’è l’inquinamento: loro sanno evitare i fiori ‘contaminati’ per approvvigionarsi solo in quelli più sani. E infatti, le prove sui mieli prodotti in città non presentano livelli di contaminanti diversi da quelli di campagna, tutt’altro. Senza contare la valenza sociale: diversi sono i progetti destinati alle scuole, alle case per anziani, alla sostenibilità urbana e al coinvolgimento di senzatetto e persone con difficile accesso al mondo del lavoro.

Per salvarle è necessario cambiare modo di fare agricoltura trattiamo il processo produttivo agricolo come se si trattasse di fare automobili o frigoriferi, senza tenere presente che invece abbiamo a che fare con la natura e la sua complessità.

Per i più inesperti potrebbe sembrare una cosa pericolosa, poichè si pensa che gli sciami che possano attaccare l’uomo.

Niente panico, neanche in casi di avvistamento di sciami, perché la sciamatura è la fase in cui l’ape è più innocua e indifesa: il momento in cui parte alla ricerca di un nuovo alveare e lo fa con l’addome pieno di nettare, cosa che le impedisce di incurvarsi per pungere.

In Italia il primo progetto di apicoltura urbana si è sviluppato a Torino dal 2010. Più recentemente si sono verificati casi di apicoltura urbana in grandi città come Milano e Roma.

L’iniziativa di allevarle in città può addirittura rappresentare un apporto al mondo economico. Inoltre ha espresso un giudizio positivo su questa forma di coltura sotto il profilo della pet therapy per la riscoperta del rapporto con la natura che induce.

La prima cosa da tenere ben presente è sapere che si ha a che fare con un essere vivente, molto delicato. Di solito pensiamo alle api come animali da temere perché pungono, in realtà sono creature piccole e fragili. Quindi, prima di affrontarne l’allevamento, bisogna avere una solida base teorica. Leggere dei manuali di apicoltura, studiare un minimo di biologia delle api e tecnica apistica. Poi è fondamentale affiancare almeno per una stagione un apicoltore e fare con lui esperienza pratica con un corso di apicoltura.

Qualche apicoltore d’altura potrà storcere il naso di fronte a quella che ai loro occhi appare come un’eresia del mestiere eppure quello che serve alle api è semplicemente nettare puro, clima mite e varietà. La città offre tutto questo!

Se osserviamo la realtà dal punto di vista delle api, vediamo che si è venuta a creare la paradossale situazione per cui la città è meno inquinata della campagna.” La presenza di pesticidi ed erbicidi con cui i contadini alimentano le piante impoverisce la disponibilità di nettare e polline in natura, oppure le inquina al punto da provocare la moria delle api. Uno studio del 2006 ha calcolato che in campagna muoiono circa il 30% delle api ogni anno , mentre in città solo il 5%. La presenza massiccia di monocolture inoltre determina una fioritura breve, concentrata e soprattutto priva di biodiversità. Tutto il contrario di quello che avviene in città dove la presenza di piante sui balconi, nei giardini pubblici, nelle fioriere delle aiuole contribuisce a rifornire le api di nettare sempre diverso e durante tutto il corso dell’anno.

La lotta all’inquinamento urbano passa anche per l’ingresso delle api in città. Le piante fanno da polmone e solo attraverso l’impollinazione delle api si può garantire biodiversità anche all’interno delle città. Dovete sapere, inoltre, che le api suggono il nettare dal fiore nel momento in cui lo stesso fiore lo ha prodotto, in perfetta sincronia.

Naturalmente, anche le leggi italiane sono da conoscere: l’attività dell’apicoltore è regolamentata sotto il profilo civilistico, amministrativo e, se si intende dedicarsi anche alla vendita, fiscale. Così, per esempio, bisogna sapere che in Italia vi è l’obbligo di denuncia e georeferenziazione degli alveari, che la salute delle api ricade sotto la competenza dei veterinari, i quali devono rilasciare apposita autorizzazione anche in caso di semplice spostamento delle casette, e che per individuare il luogo in cui mettere i favi si devono seguire delle determinate regole (tipo, rispettare la distanza con il balcone dei vicini).

Il regolamento comunale prevede l’apicoltura urbana dettando le seguenti condizioni: “Gli apiari devono essere collocati a non meno di dieci metri da strade di pubblico transito e a non meno di cinque metri dai confini di proprietà pubbliche o private. Il rispetto delle distanze di cui al primo comma non è obbligatorio se tra l’apiario e i luoghi ivi indicati esistono dislivelli di almeno due metri o se sono interposti, senza soluzioni di continuità, muri, siepi o altri ripari idonei a non consentire il passaggio delle api. Tali ripari devono avere un’altezza di almeno due metri. Sono comunque fatti salvi gli accordi tra le parti interessate. Nel caso di accertata presenza di impianti industriali saccariferi, gli apiari devono rispettare una distanza minima di un chilometro dai suddetti luoghi di produzione”.

Le diverse associazioni italiane di apicoltura offrono tutto il supporto possibile.

Una volta imparato tutto questo, il costo per installare la propria arnia con una colonia di api è davvero minimo: si va dai 100 ai 200 euro, cui aggiungere circa un centinaio di euro per l’attrezzatura minuta (affumicatore, leva, tuta, maschera…) e altrettanto per la gestione del favo durante l’anno (cambio dei favi se necessario, cure delle patologie).

Anche il momento di raccogliere il frutto del lavoro ”apesco” non richiede particolari investimenti: se si raccoglie il miele per consumo personale si può fare con semplici attrezzi da cucina, senza bisogno di altro a parte volontà e un po’ di pazienza. Se invece si vuole vendere il prodotto, si dovrà acquistare uno smielatore che dovrà rispettare norme igieniche e sanitarie e inoltre seguire le regole per il confezionamento e l’etichettatura. Ma per quest’ultimo c’è anche un alternativa. Si può fare riferimento ai laboratori di smielatura conto terzi o alle mielerie consortili (qui ho creato una lista di laboratori divisa per regioni) che possono svolgere il lavoro per voi in tutto il rispetto delle norme igieniche che vi permetterà di vendere il vostro prodotto, o meglio, il prodotto delle vostre api!

Fatto tutto questo non resta che gustare il prezioso oro liquido!

LINK: L’apicoltura in ambiente urbano nel Comune di Ravenna

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Grazie per la visita e buon’apicoltura a tutti!